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XXIII Giornata Mondiale del Malato, 11 Febbraio 2015

Si celebra l’11 Febbraio 2015 (memoria della B. V. Maria di Lourdes) la XXIII edizione della Giornata Mondale del Malato (istituita da san Giovanni Paolo II nel 1992). Il messaggio (allegato) che il Santo Padre Francesco ha offerto a tutti noi reca il seguente titolo: Sapientia cordis "Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo" (Gb 29,15). Sono parole che vogliono richiamare il bisogno di chiedere al Signore il dono della sapienza del cuore, quella che ci consente di aprirci agli altri, verso la sofferenza dei fratelli e vedere in essi il volto stesso di Dio.

L’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute mette a disposizione materiale per l’animazione pastorale della Giornata.

Alcuni spunti interessanti per la riflessione li traiamo dalla Traccia per il cammino verso il 5° Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze (pp. 38-40) che qui riportiamo.

Nella vita di Gesù possiamo rintracciare le due direttrici principali di un sempre nuovo umanesimo: la cura e la preghiera… Se si leggono nell’originale greco i racconti evangelici delle guarigioni compiute dal Figlio di David, ci si accorge che spesso la voce verbale usata per dire che Gesù guariva coloro che incontrava è terapeuo, che significa letteralmente curare, prendersi cura. La cura, dunque, esercitata secondo lo stile di Gesù, è una coordinata imprescindibile dell’esser-uomo come lui. Essa significa custodire, prendersi in carico, toccare, fasciare, dedicare attenzione, proprio come faceva Gesù, allorché si fermava a cogliere il grido del cieco nato o del lebbroso o della cananea che lo rincorrevano per strada, o quando cercava di incrociare lo sguardo dell’emorroissa in mezzo alla calca, o quando soccorreva il paralitico sempre da tutti emarginato presso la fonte di Betzaetà. E come ancora il cristianesimo fa sin dai suoi inizi con lo sguardo e l’attenzione che Pietro e Giovanni rivolgono al paralitico presso la Porta Bella del Tempio (cf. At 3,1-10), o con la testimonianza di Paolo che si fa compagno di strada di tutti, senza riserve e senza parzialità di alcun genere, sottoponendosi alla legge e al contempo proclamandosi un fuori legge, facendosi debole e servo di tutti (cf. 1Cor 9,19-22). «La 11 febbraio 2015 - 3 - comunità evangelizzatrice – ha scritto a tal proposito papa Francesco – si mette, mediante opere e gesti, nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo […] il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice» (Evangelii gaudium 24). La preghiera, inoltre, non meno della cura: esercizio non semplicemente devozionale, bensì comprensione e interpretazione e quindi occasione «di ascolto, di confronto e di discernimento». Nella preghiera sono tradotti in invocazione ogni grido d’aiuto, ogni fatica, persino ogni apparente bestemmia, ma anche ogni “grazie”, tutto comprendendo alla luce del Vangelo, tutto vedendo con lo sguardo di Dio, tutto ascoltando con gli orecchi di Dio – per dirla con una suggestiva espressione di don Divo Barsotti –, affinché la cura non si risolva in mera filantropia. Ogni autentica liturgia, del resto, con le sue preziose riserve di contemplazione, è una cura orante e, al contempo, una preghiera efficace. E la stessa vita familiare ha bisogno di nutrirsi di questo linguaggio della gratitudine e dell’affidamento, per rigenerare e far fiorire i legami tra i suoi membri. La cura e la preghiera sono i due modi in cui Gesù stesso vive la propria attitudine a mettersi – gratuitamente e per puro dono – in relazione con gli altri e con l’Altro, con i suoi conterranei e contemporanei non meno che col Padre suo. E se la cura costituisce la traduzione dell’identità filiale nella fraternità con gli uomini, la preghiera costituisce a sua volta il fondamento della capacità di realizzare una radicale condivisione di tutto con tutti.

 

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