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Cristiani nella città: una presenza attiva nel territorio

Mons. Claudio Maniago

Cristiani nella città: una presenza attiva nel territorio

Castellaneta, 27 novembre 2019 – Centro pastorale LG

Il percorso che prende avvio con il convegno di questa sera non risponde solo ad un mio desiderio personale, ma nasce da un’esigenza emersa nei tavoli di discussione del nostro convegno ecclesiale. È un dialogo che serve a sollecitare la partecipazione, ma soprattutto la responsabilità di “mettersi in gioco” come credenti e come battezzati. Intendo chiarire le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere il punto n. 28 della Lettera Pastorale, dove invito “a promuovere in diocesi occasioni di formazione alla vita sociale e politica per favorire un impegno dei credenti che sia competente, ispirato al Vangelo e alla Dottrina Sociale della Chiesa”. C’è uno strano rapporto tra i praticanti e la vita sociale e politica: siamo tutti cittadini e soffriamo le povertà delle nostre città, ma quando si tratta di pensare a come costruire percorsi nuovi per offrire alternative, ci chiudiamo in un atteggiamento di indifferenza. Sembra quasi che il governo di queste cose non ci appartenga e sia di altrui competenza, applichiamo una strana forma di censura pensando che la politica sia un ambito “sporco”, qualcosa da cui le persone oneste è bene stiano lontane per mantenere integra la propria moralità. Questi atteggiamenti non sono consoni ad un cristiano e alimentano una situazione che, di fatto, diventa sempre più problematica. Il distacco, peggio ancora l’avversità per tutto ciò che è politica o impegno sociale, ha degli effetti molto negativi sulla convivenza civile come emerge chiaramente da una lettura attenta della realtà in cui viviamo. Mi ha colpito un articolo del presidente della CEI, il Cardinal Bassetti, in cui commentava un’indagine relativa alle ultime consultazioni elettorali europee: metà dei praticanti ha scelto di non votare! Sono segnali preoccupanti perché la dimensione sociale non è un ambito marginale della vita cristiana ma parte integrante del suo specifico compito: evangelizzare. L’annuncio del Vangelo non può ignorare la dimensione del rapporto del cristiano con la città, pertanto nell’indifferenza o addirittura nell’avversione dei praticanti verso l’impegno sociale e politico bisogna fare risuonare con forza la Parola di Dio, l’unica regola della vita cristiana per i singoli credenti e per le comunità. La cura del bene comune non è una dimensione non contemplata dalla Parola di Dio: per la Rivelazione tutto ciò che è umano ha un valore elevato perciò oggetto di interesse anche per tutta la Chiesa. C’è qualcosa che va rimesso in luce in maniera opportuna pur sapendo di partire da una situazione problematica: non è facile parlare al popolo di Dio di tali tematiche in questo preciso momento. Credo sia proprio questo il nostro compito oggi perché non possiamo più permetterci di sottovalutare la situazione attuale. La nostra è la fede in un Dio incarnato, questo basta a ribadire la bellezza e il valore di tutto ciò che è umano, dimensione scelta anche dal Signore, venuto sulla terra per rigenerare quella natura che scaturisce dalla volontà creatrice di Dio. La nostra umanità, nel suo esplicitarsi e relazionarsi, ha bisogno di essere governata e messa nelle condizioni di vivere. E qui si innesta un’altra dimensione importante: noi credenti non dobbiamo dimenticare l’origine di tutto questo, qual è lo sguardo che, forte di questa provenienza, dobbiamo avere sulla realtà che ci circonda. L’incarnazione, la scelta di Dio di farsi uomo come noi in tutto, eccetto il peccato, riporta la natura umana alla sua più alta dignità che dobbiamo custodire e vivere ogni giorno. Per costruire comunità responsabili e generative che abbiano la possibilità di essere vitali, è necessario non dimenticare ciò che c’è alla base di tutto: il Signore è venuto a donarci la dignità per essere suoi figli. La filialità non è un’espressione puramente affettiva con la quale identifichiamo il nostro essere cristiani: significa essere, per opera del Signore Gesù, Figlio di Dio fatto carne, guardati da Dio come figli! La dignità battesimale è sì un dono di grazia che il Signore elargisce per la sua bontà, ma da essa scaturisce una grande responsabilità: la nostra vita ha un ruolo da esplicitare.  A tale riguardo c’è un Magistero che indirizza esplicitamente l’impegno a cui tutto il corpo della Chiesa è chiamato a dare il proprio contributo: dall’ambito del sociale e politico a tematiche estremamente rilevanti, che abbracciano l’umanità in modo trasversale come la salvaguardia del creato, la pace, il lavoro, la stessa economia. Proprio quest’ultima, per quanto possa sembrarci lontana dalla vita dello spirito, può in realtà essere illuminata dalla luce della Parola di Dio. Ogni tentativo di vivere la vita cristiana in una dimensione del tutto staccata dalla realtà, è qualcosa di cui alla fine il Signore ci chiederà conto perché contrario alla Rivelazione. Parlare invece in modo corretto di vita spirituale, cioè della vita dello Spirito di Dio, significa vivere con la Sua forza quella logica dell’incarnazione che porta la Chiesa ad essere un popolo capace di diventare lievito e fermento, con un servizio alla storia dell’umanità che è indispensabile, non certo opzionale. Se siamo figli, direbbe san Paolo, siamo chiamati ad una vita nuova che non possiamo ridurre semplicemente ad una sorta di bontà generica destinata a pochi. Inserisco proprio qui una riflessione emersa mentre pensavo a questo incontro: Papa Francesco, che sollecita fortemente ad abitare le periferie, a vivere la città, ad essere presenti per portare il Vangelo in ogni situazione, ci ha consegnato anche un’esortazione apostolica specifica sulla santità. In modo esemplare il Santo Padre richiama le verità fondamentali della nostra fede per cui la santità non né un esercizio di superpoteri di cui solo alcuni sono dotati per realizzare cose sbalorditive. Nell’esortazione apostolica Gaudete et exultate, che vi invito a consultare, il Papa offre un grande aiuto per costruire una sana spiritualità cristiana, ricordandoci che la santità è fare tutti la nostra parte, metterci in gioco secondo un progetto che supera le nostre attese e nel quale tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo. Papa Francesco declina la santità con degli esempi molto semplici che di fatto ci disarmano, ci mettono nell’angolo, di fronte ai quali nessuno può sfuggire. Nella G.E. n. 101 parlando di errori che mutilano il cuore del Vangelo, Sua Santità scrive: “Nocivo e ideologico è anche l’errore di quanti vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista. O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se interessasse solo una determinata etica o una ragione che essi difendono”. È chiaro che il Papa sta parlando di minacce alla vita del Vangelo e le illustra in tutte le categorie, per coloro che hanno delle grosse responsabilità ma anche per il cittadino normale che vive la sua santità attraverso l’impegno civile. È un richiamo forte alla nostra dignità di figli, a quella vita nuova che deve essere vissuta quotidianamente nel concreto pur nella diversità esperienziale. Anche la modalità della vita monastica, nella fede cattolica, ha una forte correlazione con la realtà: i monasteri sono centri dove la storia si purifica continuamente. A Firenze andavo spesso a celebrare in un monastero di clarisse. Una volta la madre superiora mi confidò di essere stata raggiunta al telefono dal Presidente della Repubblica: le chiedeva preghiere per un passaggio parlamentare molto delicato che si apprestava a vivere. Questo dimostra che la vita monastica non è disincarnata dalla realtà, la novità a cui tutti siamo chiamati, per mezzo del Battesimo, s’incarna nella vita di tutti i giorni e non altrove. La dignità ricevuta nella figliolanza di Dio non implica solo la possibilità di vivere i Sacramenti in seno alla Chiesa, rifugiandosi in un luogo sicuro, ma consiste nella possibilità di vivere proprio fuori dall’edificio sacro una vita nuova: questa è la proposta del Vangelo. Non si tratta dell’imposizione di un modello di vita quanto della valorizzazione di tutto ciò che è umanamente significativo perché dal nostro essere cristiani scaturisce una responsabilità di tutti al bene comune. La profondità del Sacramento del Battesimo nel quale veniamo innestati nel mistero di Cristo, il Dio fatto uomo, porta ogni cristiano ad essere protagonista con il Signore di quest’opera redentrice dell’umanità nella realizzazione di ciò che è bene. Per un cristiano è un dovere curare la casa comune, come ormai il Santo Padre ci ha insegnato a pensare quando ci rivolgiamo al creato e a quanto è intorno a noi. Anche occuparsi della cosa pubblica è un dovere e non un’opzione facoltativa, occorrerà capire come farlo nel giusto modo, secondo i propri carismi e la propria passione. C’è chi si interesserà della politica e del sociale da cittadino, in modo attivo e responsabile, chi invece si metterà in gioco perché sente la chiamata a un servizio per gli altri nella cura della casa comune. L’interessamento del cristiano per il bene sociale mira a realizzare idee, non soltanto a teorizzarle: la politica non è riduttivamente l’articolazione di qualche giusta intuizione, necessita di una fase progettuale che porta a scelte concrete che andranno a toccare la vita delle persone e delle relazioni umane. La comunità cristiana, a cominciare di chi è responsabile al suo interno, ha il dovere di evangelizzare continuamente, facendo risuonare il valore della Parola di Dio. È compito di tutta la Chiesa, ma la responsabilità è in primo luogo del Vescovo e di tutti coloro che collaborano con lui al governo di una comunità. L’evangelizzazione riguarda le comunità cristiane, le quali non potranno mai sentirsi “arrivate” in questo ruolo, perché è un processo continuo, in evoluzione con il cammino nella Chiesa. Mettere in sordina il messaggio evangelico sarebbe il più grande errore per qualsiasi realtà ecclesiale, perché è proprio la Parola che ci permette di entrare nel mistero di Cristo. Non a caso l’anno liturgico è un percorso progressivo in cui la verità svelata arriva dall’ascolto della Parola del Signore, Parola sempre viva perché è vita qui ed ora. Ai nostri giorni è sicuramente più facile evangelizzare dal momento che la Scrittura è a disposizione del popolo di Dio, mentre in passato era appannaggio solo di pochi eletti. Il desiderio del Concilio si è realizzato nella possibilità di un accesso ai testi sacri davvero significativo per tutti. Nella vita delle comunità il Vangelo non può rimanere lettera astratta, deve concretizzarsi non solo per i cristiani, ma per ogni uomo o donna di buona volontà. Occorre aiutare le nostre comunità ad essere aperte al dialogo, Papa Francesco direbbe “Chiesa in uscita” o se volete “chiese missionarie”. Questo non vuol dire rendere conforme la dottrina della Chiesa a chissà quali ideologie, ma sapersi mettere in dialogo con persone volenterose che abbiano a cuore il bene comune. Sappiamo benissimo che lo Spirito Santo agisce ben oltre i confini della Chiesa, sparge i semi del Verbo in tutta l’umanità, ad ogni latitudine, con una presenza ed una fecondità che va oltre anche la presenza fisica della comunità dei credenti. Ma proprio perché consapevoli della nostra identità, possiamo confrontarci apertamente con tutti, con chiunque abbia la volontà di realizzare del bene. La necessità di riferirci sempre al Vangelo ci permette di facilitare il nostro esame di coscienza. Spesso in politica ci sono dei cristiani impegnati, ma il fulcro della questione è: quanti realmente si impegnano in politica da cristiani?  Ciò che in apparenza può sembrare un gioco di parole, in realtà cela una profonda differenza! Un cristiano che fa politica e si impegna a livello amministrativo per la cosa comune, si rispecchia davanti al Vangelo, il suo operato non può prescindere dalla Parola ed è lì che deve vivere il suo esame di coscienza. Ho invece la percezione che ci sia una specie di dicotomia per cui, una volta entrati nella gestione della cosa pubblica, si dimenticano le radici cristiane della propria vocazione al servizio della città e si ragiona in maniera del tutto diversa e contraria. Questo è un grosso pericolo: nei momenti decisivi, in cui ci sono delle decisioni importanti che riguardano la propria città o l’intero Paese, sarebbe bello vedere qualche cattolico andare contro corrente, fedele ai principi in cui crede e che hanno plasmato la sua vita conforme al Vangelo! Questo accade sempre più di rado pertanto non si può rimanere indifferenti di fronte ad un simile scenario. Tante scelte, riguardo ai problemi della nostra società italiana, sono impressionanti per la loro distanza dal Vangelo. Certo la comunità cristiana è in minoranza, ma quante persone dichiaratamente praticanti fanno condiviso tali scelte con la serenità di chi ha la presunzione di aver capito tutto. Questo mi inquieta! È necessario attingere a quel seme sempre vivo, elemento fecondante la vita della comunità cristiana che è la Dottrina Sociale, un tesoro espressione del pensiero della Chiesa alla luce del Vangelo. La necessità di rimettere in circolazione, in maniera più significativa, le linee del Magistero Sociale della Chiesa esperta in umanità è impellente, far giungere queste riflessioni nella mente e nel cuore dei credenti è più che mai urgente! Questa è la ragione per cui, nel n. 28 della Lettera Pastorale, auspicando la promozione di iniziative di formazione sociale e politica, ho rivolto una sorta di richiamo a tutta la Diocesi per una presenza più attiva e responsabile sul territorio. Non mi riferisco ad una partecipazione di singoli uomini, ma ad un contributo consapevole della comunità cristiana e di conseguenza più partecipato. È in questa terra, nella nostra Diocesi, nel contesto dei nostri paesi che c’è qualcosa da fare e con urgenza. Spesso è proprio nel piccolo che si costruiscono le cose più grandi! Allora è rivolto a tutti l’invito a essere consapevoli delle responsabilità che abbiamo come cristiani verso la cosa pubblica, senza mai perdere di vista il rispetto reciproco. Una campagna elettorale non può essere vissuta in un clima avvelenato da sospetti e maldicenze, magari con il sostegno di quei cristiani che si ritengo tali solo perché che la domenica vanno a messa. Ho avuto modo di dirlo già in altre occasioni: ho assistito a situazioni che mi hanno impressionato per i toni violenti e le modalità di affrontare la competizione. È notorio che nell’agone politico gli animi facilmente si surriscaldino, ma alcuni atteggiamenti lasciano interdetti. Occorre essere obiettivi: ci sono cristiani che fanno politica ma male, sia nelle proposte che nei modi. Allora c’è bisogno di riportare alla luce i contenuti più importanti della Dottrina Sociale, come suggerito dallo stesso Papa in una sua omelia: “è necessaria una nuova presenza dei cattolici in politica, una nuova presenza che non implica solo volti nuovi nella campagne elettorali ma principalmente nuovi metodi che permettano di forgiare alternative, che contemporaneamente siano critiche e costruttive”. I cristiani non devono passivamente omologarsi agli altri, non è così che si è fermento: si è lievito quando si propongono nuovi metodi. La politica può diventare servizio nel senso evangelico del termine solo se c’è un’identità chiara, spiccatamente cristiana, che proprio per questo non può essere semplicemente dichiarata, ma va concretamente vissuta. La nostra è un’identità che si “esprime”: non è affatto un caso che una della caratteristiche del cristiano sia il dialogo! Vi invito a pensare quanto sia importante la capacità di gestire il dialogo in politica, dove invece oggi prevale la rissa. Assumersi la responsabilità di rispondere, come diceva Giorgio La Pira, alle attese della povera gente richiede anche un atteggiamento contemplativo, da cui scaturisce la consapevolezza di essere poca cosa davanti ai problemi del prossimo. Parlare di un cristiano che fa politica da contemplativo sembra stridere con l’immagine dei nostri politici attuali. Il cardinal Bassetti più volte ha parlato della crisi della politica italiana e della presenza della Chiesa usando la parola “ricucire”. Il cristiano che senta il dovere di impegnarsi a livello politico, deve essere uomo o donna che vuole ricucire, non strappare, strumenti quindi di riconciliazione e non di divisione, potremmo dire di comunione. Durante un aggiornamento del clero, un sociologo, analizzando le relazioni affettive di oggi, metteva in luce la differenza tra il desiderio di felicità, che spinge a guardare avanti e il desiderio del piacere, che limita le cose all’oggi. La felicità non può essere vissuta nel circuito temporale dell’adesso, essa implica un progetto che spinge a guardare avanti, a vivere un percorso. Credo che un cristiano debba interessarsi della casa comune perché è proiettato ad essere costruttore di futuro. Auspicando la promozione di occasioni di formazione socio-politica, ho indicato tre atteggiamenti che dovrebbero caratterizzare il cristiano in politica: la prudenza, per evitare la facile etichettatura delle iniziative; la tenacia, perché dobbiamo essere conviti che quello che stiamo facendo è importante; la fiducia perché sappiamo che stiamo collaborando ad una sensibilità insita nella volontà del Signore. Ci affidiamo allo Spirito che ci illumini e ci dia la forza per seguire le strade del Vangelo.

 

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